TRENITALIA

A Bologna il terno si ferma per dieci minuti.
Ne approfitto per scroccare una sigaretta sulla piattaforma. Mi va bene; trovo una Marlboro rossa.
Al mio ritorno davanti a me trovo una nuova passeggera.
Trenta, forse trentacinque anni, ben vestita, si intona alla perfezione con tutti gli altri passeggeri di prima classe, dove io mi sento l’unica nota stonata.
Sul tavolino reclinabile due cellulari.
Apre il sacchetto di carta di McDonald; uguale in tutto il mondo, e comincia a mangiare delle patatine, leggendo quella che sembra una pratica legale.
Forse la mia compagna di viaggio è un avvocato.
La pianura padana adesso scorre alla mia sinistra a tutta velocità.
Tutta uguale, noiosa.
Uno dei due telefonini dell’avvocato vibra tre volte, nervosamente, sul tavolino.
Lei risponde, bisbigliando.
“Tesoro, grazie (pausa) sono già seduta, non posso cadere, dimmi pure”.
Silenzio, l’avvocato non parla più, si morde il labbro inferiore producendo una smorfia al tempo stesso buffa e sexy.
Sempre bisbigliando.
“Quello che mi hai appena detto è bellissimo, come potrei non piangere”.
Altre pause di silenzio, “tesoro” sta ancora parlando, evidentemente.
“i miei figli chiedono di te, lo sai?” “gli ho detto che hai tanto da lavorare, che è per questo che non ti fai vedere mai".
Dopo un po’ la telefonata cessa: “ti abbraccio tesoro, mi dispiace di poterti vedere così di rado”.
L’avvocato guarda pensosa la pianura padana, uguale a se stessa da ormai diversi chilometri.
Poi prende in mano l’altro telefonino, fa un numero.
“Ciao amore, lì tutto bene? I bambini? Dovrei arrivare a milano fra un’ ora mi vieni a prendere? (pausa) Grazie, ciao amore”.
Riprende a leggere, l’avvocato.
La sua espressione non tradisce più nessuna emozione. Il suo senso di colpa si è placato.
La batteria del mio computer si è scaricata.
Mrf.