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sono stati

*loading* gli errori di digitazione che vi hanno portato qui.
mercoledì, 28 novembre 2007

UNA STORIELLA SEMPLICE

C’è un cristiano, sulla sessantina, i capelli grigi sulle tempie, e la faccia stanca, esausta. È dietro il bancone di un ferramenta, in capo alla quale ci sono appoggiate un paio di scatole e un martello. Il cristiano, con gli occhialetti calati sulla nasca, sta arriminando tra i chiodi per trovare quelli giusti.

C’è pure, uno scuterone che scaminìa nel traffico palermitano, a bordo due che possono essere picciotti, coi caschi integrali, i jeans, e il giubotto Dainese.
Passa veloce davanti al teatro Massimo, poi si infila nelle straduzze, nei vicoli, in via bandiera, tra le bancarelle dei vestiti tasci.

L’uomo del negozio è in piedi su una seggiola di legno, lo intuiamo, perché, come se fossimo al cinematografo, ne vediamo solo la mettà delle gambe. E sempre come se fossimo dentro a una pellicola ci pare di sentire, il rumore sordo di due colpi di martello.

Lo scuterone, taglia la via Roma per passare davanti a S. Domenico e pigliare la strada che porta alla vucciria, proprio nella piazza dove ormai quattro bancarelle schifiate non rendono più gloria alla memoria del quadro di Guttuso. Si ferma davanti ad un negozio la cui insegna ci comunica che si tratta di un ferramenta. I due scendono dal motore e coi caschi in testa entrano nella putìa.

Dentro, l’uomo scende dalla seggiola, rischiando magari, di allavancarsi in terra, guarda i due, un poco scantato.
I picciotti si tolgono i caschi, uno più grande e l’altro ci pare più nico, anche loro parono scantati. Il più grande si rivolge al negoziante, finalmente con un sorriso:

“Non dobbiamo comprare niente, solo ringraziarla, e se ci da un po’ di bigliettini da visita, magari ci facciamo un poco di pubblicità nel negozio nostro”.

L’uomo, di là dal bancone è sorpreso e commosso, magari le lacrime agli occhi ci sono venute. Prova a dire qualcosa, ma chicchìa, non ce la fa. Posa il martello sul bancone e si gira, verso il punto dove un anticchia prima aveva fortemente martellato. C’è un lenzuolo bianco, e sopra con lo sprai nero, c’è scritto:

UN INTERO POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È UN POPOLO SENZA DIGNITÀ

Nell’ottobre del 2007, Damiano Greco, proprietario di un “autoricambi” a Palermo ha denunciato i suoi estortori, rischiando la vita. Questa storiella è ispirata a lui.
postato da: mrfortune alle ore 01:44 | link | commenti (5)
categorie: racconti, mafia
giovedì, 08 marzo 2007

THE AUDITION
La parte la so a memoria, l'ultima prova l'ho fatta davanti allo specchio; non smetterò mai di sentirmi un perfetto idiota ogni volta che lo faccio. Anche stavolta mi domando come si farà a capire se un attore è giusto o meno da tre scene scelte più o meno a caso dal casting director. Figura professionale di dubbia entità il casting director, mi fa un pò ridere. Comunque mi pare di saperla la parte, sono un pasticcere e mi innamoro di una futura pasticcera. Una commedia degli equivoci, dice.

"Tipo Borotalco, ti ricordi?"

Ma, come si può, come si fa a dire del proprio film "tipo borotalco"?

La strada tra casa e "lo studio del casting director" è piacevole, oggi, col motorino. Nei sottopassi del Muro Torto, urlo fortissimo le battute per il provino e penso divertito alla faccia che farebbe, non tanto il regista ma sempre il casting, a vedermi.
Quando arrivo, nel corridoio non c'è nessuno, per fortuna oggi non si aspetta.
Ma a me di entrare, improvvisamente, non mi va. A me di fare il pasticcere (nemmeno troschista, peraltro) non me ne fotte niente, io alla storia della pasticcera bona che si innamora di me, non ci credo cazzo, che ci posso fare?
Ma mentre faccio queste riflessioni, mi rendo conto che sto urlando, ho in mano una sedia e sto spaccando tutto. Strappo le locandine dei film di Giulio Base appesi alle pareti, sfondo la porta dello "studio" e prendo a tirare giù showreels vari dagli scaffali, me ne capita in mano uno di Beppe Fiorello e rendendomene conto inizio a ridere come un matto davanti alle espressioni basite del giovane regista esordiente, autore di una commedia davvero geniale, e della casting in minigonna che "sapessi, tesoro, quant'è carino questo film e poi te sei proprio perfetto per la parte guarda che faccia che hai a me me fai ride pure così".

Quando mi sveglio in Ospedale The Queen mi racconta che ho distrutto tutto però loro non li ho toccati; è arrivata prima la polizia, mi raccomanda di dire che non ricordo nulla e poi mi riprende:

"però, honey, te lo dico sempre, la prossima volta cerca di trattenerti".
postato da: mrfortune alle ore 15:40 | link | commenti (10)
categorie: racconti
venerdì, 23 febbraio 2007

TOTAL IMMERSION SWIMMING
E trenta. Tiro fuori la testa dall'acqua e mi rendo conto di essere rimasto l'ultimo in piscina.
Fino a poco fa nella mia stessa corsia c'era un uomo, spalle larghe, il corpo ricoperto dai peli. Nuota a stile libero, e va molto forte, è un nuotatore esperto. Mi do da fare e cerco di nuotare come lui, con tanto di capovolta a bordo vasca. Poi mi dico che devo concentrarmi, che il nuoto è zen e già il fatto di contare le vasche mi porta fuori strada.
Che il tizio fosse uscito dalla piscina me ne ero accorto, ma di essere da solo lo scopro soltanto adesso, e la solitudine nella grandezza della piscina mi eccita, quasi mi provoca un'erezione.
Adesso dovrei farne altre dieci a a rana, e allora metto la testa in acqua e ricomincio.
1,2,3,
Ma non ci riesco, non faccio aaltro che pensare che sono da solo, che potrei mettermi a girovagare sott'acqua per la vasca e cominciare a fare i tuffi, come un bambino, e non se ne accorgerebbe nessuno.
Invece mi fermo, ed esco anche io. Mi sembra di essere diventato enorme. Giunto negli spogliatoi, dopo avere attraversato il percorso obligato di quella specie di pavimento d'acqua con docce, mi piazzo davanti allo specchio, e guardo i pettorali, sarò pazzo, ma mi sembrano il doppio.
Anche lo spogliatoio è deserto, ma sento provenire dal vano docce un rumore d'acqua e immagino che sia il nuotatore della mia corsia. Sono le ventidue e trenta, ho ancora il tempo di stare dieci minuti nel bagno turco, quindi prendo l'accapatoio e mi dirigo verso le docce, dove c'è la stanza col vapore.
Ed è lì che lo trovo, per terra, nudo e peloso, con le sue spalle larghissime, che mi guarda con un'espressione piuttosto buffa. Ha la gola squarciata, e l'acqua della doccia che continua a scorrere, gli pulisce il corpo dal sangue, svelandone la carne bianca.
E' lì, poco più avanti, vicino alla caviglia del nuotatore, che il commissario Alberti troverà la chiazza del mio vomito.
MrF
postato da: mrfortune alle ore 16:38 | link | commenti (10)
categorie: racconti
lunedì, 12 febbraio 2007

LIVE YOUR LIFE, LOVE YOUR HOME
Questa sera verso le otto e trenta io and The Queen, siamo usciti con Pompsey, in macchina ascoltiamo i Beatles e cantiamo con loro (...baby you can drive my car...).
-"Siamo in ritardo Queen e fuori piove a dirotto, che dici ce la facciamo?".
Ma lei sorride, e tira fuori uno spinello d'erba dalla pouchet, lo accende e me lo passa (..beep beep yeah!).
Poco dopo sul raccordo, un incidente; uno scooterone è andato a iinfilarsi sotto le ruote posteriori di una lancia. Al rallenty, guardiamo, Pompsey abbaia al poliziotto che con la paletta fosforescente ci fa segno di scorrere.
Arriviamo nel parcheggio al neon verso le nove e trenta, Pompsey, aspetterà in macchina. Il parcheggio è deserto. Adoro le scale mobili, mi piace mettermi dietro di lei e guardarle il culo.
The queen, con la canna ancora tra le dita, si dirige sicura verso il reparto. Conosce il posto a menadito.
Nella parte riservata ai bambini prendo una palla di pezza per Pompsey, in cambio della sua fedele attesa. The queen poco più avanti prende una piantina grassa. Insieme ci dirigiamo alle casse. Due o al massimo tre clienti oltre noi. Paghiamo. Nel rimettere il portafoglio in borsa, the queen tira fuori il co2 semiautomatico nuovo di zecca, originale pensiero di S. Valentino del suo boy.
Mi guarda, mi sorride e comincia la festa.
Odio i centri commerciali. Ma ikea è tutta un'altra storia.
MrF sta con Matteo Bordone

Errata corrige: pouchet=pochette
Grazie a Bruno per l'errata corrige. 'Tacci sua...
postato da: mrfortune alle ore 22:46 | link | commenti (5)
categorie: racconti
venerdì, 26 gennaio 2007

IL SEGRETO DI ALBERTA (parte 1)
Di recente ho scritto un racconto ispirato ad una storia che pare sia realmente accaduta.
(Pare che quando accanto alla dicitura "realmente accaduta" ci sia la parola "pare", debba dirsi leggenda.)
Questa leggenda "pare" essere accaduta (ma guarda un pò!) in una piccola isola siciliana, nei primi anni del secolo passato.
Poi l'ho dato da leggere ad una persona con la quale lavoro, anzi grazie alla quale dovrei lavorare, e questa persona dopo averlo letto ha sentenziato: "Non mi è piaciuto, anzi è che a me di ste storie non me ne frega niente". Può essere, per carità. Ma poi l'ho riletto e a me non mi sembra poi una merda.
Quindi ho deciso di fare una cosa che non ho mai fatto: pubblicare un racconto sul blog (blog, dove peraltro non scrivo da mesi, vale lo stesso?).
E siccome sono un vile, lo pubblico a puntate, così se per caso o per un errore di digitazione qualcuno passa da queste parti, può leggere e farmi sapere se a lui di queste storie gliene frega qualcosa. Ecco, a voi, inesperti della digitazione.

IL SEGRETO DI ALBERTA

In una piccola isola del sud Italia, da decenni si racconta una leggenda.
I vecchi del paese la chiamano la storia dello zu Nillo, e la raccontano da così tanto tempo che nessuno sa più dire dove finisca la verità e dove cominci la fantasia.
A questa leggenda è ispirato il seguente racconto.

Maggio 2006
Una nave della Siremar attracca al porto di un’isola, a maggio sono poche le macchine che sbarcano, e la prima a scendere è una vecchia fiat croma grigia, come quelle che alcuni anni fa usavano gli sbirri per fare la scorta ai magistrati di Palermo. Ma la macchina non ha la targa del capoluogo siciliano; è targata Roma. E dentro non c’è un corpulento poliziotto ma una bella signora elegante sui sessant’anni, la sua corporatura ed il suo aspetto curato appaiono in netto contrasto con la macchina, come una nota stonata. Nel sedile posteriore affacciata al finestrino c’è una bambina, sembra avere non più di nove anni, dalla sua espressione sembra essere la prima volta che mette piede in quel posto. Negli occhi della signora, invece, l’espressione è un’altra; quella di chi torna in un posto che conosce molto bene, dopo parecchi anni. La macchina si lascia il paese alle spalle e sfreccia sul lungomare, fino ad imboccare una stradina sterrata, poi si ferma davanti ad un cespuglio: -“Alberta, prova a sfregare le mani su quella pianta, e poi annusala” La bambina sembra incredula ma poi, si fida: -“nonna, sa di anice!” -“è finocchietto, mia madre ci faceva un liquore buonissimo, e tutta l’isola ne è piena”. Le due proseguono adesso sulla trazzera, sul sedile posteriore, Alberta annusa un rametto che ha strappato dal cespuglio: “così poi mi insegni il liquore!” La macchina svolta in un ulteriore sentiero in discesa che finisce davanti ad una vecchia casa di pietra, appena arrivate davanti a quello che sembra essere stato un cancello, la nonna e la bambina scendono dall’auto ed entrano nel giardino. È un giardino abbandonato da anni; le piante hanno preso il sopravvento lo rendono un posto quasi fiabesco. L’effetto, è dovuto probabilmente al fatto che il giardino è scavato nella roccia e la roccia ha lo stesso colore della casa, anch’essa completamente invasa da piante rampicanti. La bambina comincia subito a guardarsi intorno, contenta, corre per il giardino da una parte all’altra e rimane incantata ad un certo punto di fronte ad un buco nella roccia; un buco che pare una galleria molto profonda, davanti alla quale c’è un cancello. Alberta è piccola e non ha ancora dimestichezza con le lettere, il suo nome però lo sa leggere. È per questo motivo che la piccola appare turbata vedendo che sulla roccia sopra il cancello è scolpita la parola “Alberta”. Corre dalla nonna la bambina, per chiedere spiegazioni; “non facciamo che la nonna pensa di farmi dormire dentro il buco?” Ma appena arrivata davanti al portone della vecchia casa scopre che la nonna è in compagnia di un vecchissimo signore, appena arrivato su una lapetta . I due sembrano conoscersi molto bene visto che si abbracciano stretti stretti e visto che è proprio il vecchio signore che tira fuori dalla tasca dei pantaloni la chiave per aprire la porta di casa. -“Ciao piccola, io sono un vecchio, anzi vecchissimo amico della nonna Nina tu come ti chiami?” -“ciao, io mi chiamo Alberta, come mai hai tu le chiavi di casa nostra?” Ma il vecchio non risponde e la piccola Alberta per un attimo ha l’impressione che gli occhi gli siano diventati umidi. Dentro la casa c’è molto fresco e la nonna spiega ad Alberta che è la pietra scavata dal giardino a tenere fresca la casa, ma la piccola collega la bassa temperatura al fatto che dentro è così buio che il vecchio per arrivare alla finestra deve farsi luce con una candela trovata su un tavolo. Tutti i mobili, pochi per la verità, sono coperti da enormi lenzuoli bianchi, e su quello che è rimasto scoperto si è formato uno spesso strato di polvere; la bimba scrive il suo nome col dito sugli specchi, sui piccoli quadri, sul tavolo della cucina, come a firmare, come a spiegare a quella casa qual è il suo nome. Nello stesso momento la nonna ha aperto tutte le finestre e si è seduta al tavolo della cucina, si guarda intorno stranita. È il vecchio ad interrompere i suoi pensieri: -“allora? Che effetto ti fa?” -“è rimasto tutto tale e quale, perfino quella candela sul tavolo, mi ricordavo” -“per forza, non ci è entrato più nessuno, mai più. Da quando sei andata via”. Per l’ora di cena, nonna e nipote sono rimaste da sole, e mangiano davanti al camino, poi la nonna mette nel lettone al piano di sopra la piccola Alberta e torna giù nella stanza dove il camino è ancora acceso. Si guarda intorno la vecchia Nina, e non trattiene le lacrime, ma sono lacrime dolci, quasi piacevoli da piangere; sono le lacrime dei ricordi. Sulla parete sopra il camino c’è una vecchia foto, il ritratto di una famiglia antica, lo si capisce dagli abiti e dal colore della fotografia. Nina la prende in mano; nella foto c’è un solo uomo; alto coi baffi, col vestito della domenica, poi solo donne, una che sembra essere la moglie, un’altra (forse la nonna) e una bambina. La bambina è incredibilmente somigliante alla piccola Alberta. La mattina dopo Alberta si sveglia grazie all’odore di caffè e di colazione che la nonna sta preparando nella grande cucina di sotto. Con la luce tutto le sembra più grande, anche il tavolo davanti al camino dove Nina ha apparecchiato per la colazione ricavando lo spazio in mezzo a tante fotografie che evidentemente ha guardato durante la notte. -“Nonna, chi sono tutte queste persone, amici tuoi?” -“questa è la tua famiglia, Alberta la tua famiglia di qui, dell’isola” La piccola prende la foto grande che stava sopra al caminetto. -“e questa bambina chi è nonna, mi pare di conoscerla”. -“è una storia lunga, però se tu mi aiuti a sparecchiare io comincio a raccontartela”.

1926
Dalla stessa casa dove Nina è arrivata con la nipote ma solo completamente ripulita dalle piante che la ricoprivano esce correndo una bambina con un pesce in bocca e un secchiello di metallo in mano. Poco dopo dalla porta esce anche una donna armata di forchettone che strilla: -“Alberta, turna ca, disgraziata!”

Continua...
postato da: mrfortune alle ore 19:20 | link | commenti (1)
categorie: racconti
martedì, 07 febbraio 2006

TRENITALIA

A Bologna il terno si ferma per dieci minuti.
Ne approfitto per scroccare una sigaretta sulla piattaforma. Mi va bene; trovo una Marlboro rossa.
Al mio ritorno davanti a me trovo una nuova passeggera.
Trenta, forse trentacinque anni, ben vestita, si intona alla perfezione con tutti gli altri passeggeri di prima classe, dove io mi sento l’unica nota stonata.
Sul tavolino reclinabile due cellulari.
Apre il sacchetto di carta di McDonald; uguale in tutto il mondo, e comincia a mangiare delle patatine, leggendo quella che sembra una pratica legale.
Forse la mia compagna di viaggio è un avvocato.
La pianura padana adesso scorre alla mia sinistra a tutta velocità.
Tutta uguale, noiosa.
Uno dei due telefonini dell’avvocato vibra tre volte, nervosamente, sul tavolino.
Lei risponde, bisbigliando. “Tesoro, grazie (pausa) sono già seduta, non posso cadere, dimmi pure”.
Silenzio, l’avvocato non parla più, si morde il labbro inferiore producendo una smorfia al tempo stesso buffa e sexy.
Sempre bisbigliando.
“Quello che mi hai appena detto è bellissimo, come potrei non piangere”.
Altre pause di silenzio, “tesoro” sta ancora parlando, evidentemente.
“i miei figli chiedono di te, lo sai?” “gli ho detto che hai tanto da lavorare, che è per questo che non ti fai vedere mai".
Dopo un po’ la telefonata cessa: “ti abbraccio tesoro, mi dispiace di poterti vedere così di rado”.
L’avvocato guarda pensosa la pianura padana, uguale a se stessa da ormai diversi chilometri.
Poi prende in mano l’altro telefonino, fa un numero.
“Ciao amore, lì tutto bene? I bambini? Dovrei arrivare a milano fra un’ ora mi vieni a prendere? (pausa) Grazie, ciao amore”.
Riprende a leggere, l’avvocato.
La sua espressione non tradisce più nessuna emozione. Il suo senso di colpa si è placato.
La batteria del mio computer si è scaricata.
Mrf.
postato da: mrfortune alle ore 00:00 | link | commenti (1)
categorie: racconti, figure, trips